José Mourinho e Lorenzo Pellegrini, i condottieri di una squadra che non muore mai

Scritto da Leonardo Cocchi  | 

Esultanza Lorenzo Pellegrini (photo Bertea)

Una squadra decimata dalle assenze, ultima in classifica, sull'orlo del baratro. Qualunque tifoso di qualunque squadra, affrontando un avversario in queste condizioni, si sarebbe gustato fin dall'inizio la partita con il sapore della vittoria in bocca e con i tre punti in tasca.

Storicamente, invece, le partite più insidiose per il tifoso romanista sono sempre state queste. Il discorso prende una piega decisamente diversa, il campo difficilmente rispecchia i grandi favori del pronostico. 

Il match contro il Cagliari prende la strada più intricata. La sofferenza si percepisce da subito, il cronometro non fa altro che accentuarla. La costruzione della manovra da parte della Roma è lenta, sterile, prevedibile, compassata. La fase difensiva è confusionaria, imprecisa, distratta. La beffa è dietro l'angolo, è nell'aria, spesso la percezione di essa si concretizza rivelandosi corretta e giustificata. 

Dopo un primo tempo soporifero, Pavoletti scotta gli animi turbolenti dei tifosi romanisti. Nessuno di loro, però, si aspettava potesse accendere anche gli animi, fino a quel momento sopiti, di coloro che in campo erano stati chiamati a rappresentarli.

Nei cinque minuti successivi al gol, il Cagliari sfrutta l'inerzia a suo favore e sfiora a più riprese il raddoppio. Sembra questione di secondi, attimi, momenti. Mourinho dalla tribuna, squalificato, ordina un cambio che sa di mossa disperata: Afena-Gyan, attaccante classe 2003, subentra a Viña. Il ragazzo si divora l'erba dell'Unipol Domus, i compagni sembrano essere intenzionati a seguirlo, non vogliono restare indietro, lo accompagnano. 

La Roma spinge, prende consapevolezza, crea. Una traversa, una miriade di occasioni, la porta è stregata. Classica serata da romanista? Forse

Sull'ennesimo corner calciato dalla Roma, Ibañez sale in cielo, schiaccia il pallone in porta e sfata il tabù della serata. L'onda d'urto della Roma è indomabile, il Cagliari alza il muro ma la sensazione che quest'ultimo possa cedere da un momento all'altro è reale, concreta.

Zaniolo recupera il possesso, strappa e viene atterrato al limite dell'area di rigore. Pellegrini abbraccia il pallone, le statistiche non contano, la punizione è sua. Il capitano giallorosso arretra la posizione di qualche metro, disegna un arcobaleno vincente e firma la rete del sorpasso. Quinta marcia, freccia, rientro in corsia. La Roma è avanti

Il gol del vantaggio non basta per scacciare i fantasmi di tutte le partite ostiche buttate sul più bello, i minuti finali sono al cardiopalma e qualsiasi possesso palla del Cagliari diventa un motivo valido per una preghierina in più. Il fischio finale lascia andare tutti, sponda romanista, ad un urlo che sa di liberazione, la Sardegna è terra di conquista per i giallorossi. 

Orgoglio, determinazione, grinta, cattiveria agonistica, attaccamento, spirito combattivo. Guai a dare per morta la Roma di José Mourinho e di Lorenzo Pellegrini, condottieri di una squadra che non muore mai.


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